Tre sorsi in tre e il
caffè un
piacere
anche per le tasche

sale il prezzo nasce la moda del «coffee-sharing»
PARTINICO (Palermo)
Al «Coffeetown» di Partinico si fa il coffeesharing. Niente che abbia a che fare con abitudini modaiole o con emulazioni importate dal «continente»: è una questione di «picciuli», redditi bassi, disoccupazione e crisi economica che sfondano le tasche degli abitanti di questa cittadina a 30 chilometri da Palermo, spesso «onorata» dalle cronache di mafia (qualche settimana fa nelle campagne vicine è stato arrestato il boss Salvatore Lo Piccolo). Così, per fronteggiare il caro-caffè schizzato da 70 a 90 centesimi la tazzina, nei bar si è diffusa l’abitudine di dividere in due e anche in tre il sorseggio.
«Se prima – scrive il blog «LiberaMente» – non era raro sentire nei bar le classiche frasi “menzu l’uno?” (mezzo ciascuno nrd) o “chi fa nu spartemu?” (che facciamo, ce lo dividiamo? ndr), ora è diventata prassi consolidata condividere i sorsi di una stessa tazzina con l’amico o l’ospite di turno».
C’è anche una tecnica della condivisione: mai bere tutti dallo stesso lato. Non sta bene. Quindi il primo appoggia le labbra sul bordo di sinistro, il secondo in quello di destra e se c’è il terzo su bordo al centro.
Se lo fai con gli amici con cui passeggi simpaticamente per il Corso dei Mille, cioè il «cassaro» del paese, bè allora non sembra poi tanto brutto. Ma il problema si presenta quando incroci davanti o dentro il bar un certo conoscente, un illustre personaggio del luogo, un tizio con cui devi sdebitarti di un favore ricevuto. Per il siciliano è un punto d’onore pagare e, se l’ospite si azzarda a mettere mano al portafoglio, viene redarguito: «Ma chi stai facennu? Un ti permettiri, m’affennu! (ma che stai facendo? Non ti permettere, mi offendo!»). Forse ora berranno qualche caffè in meno, anche per salvaguardare salute e tasca, ma al rito dell’ospitalità il partinicese doc non rinuncerà mai.
E’ abituato a tirare la cinghia, ma attenzione tanti se la passano bene o benino: eppure quei 90 centesimi sono una botta quotidiana niente male, se andiamo a vedere quante volte si ripete il sacro rito di tirare su la tazzina. Sì, perché a quanto pare a Partinico è un esercizio da record nazionale. Qualche mese fa lo stesso blog si è preso la briga di andare a calcolare che in questo Comune siciliano di 31 mila abitanti c’è, intanto, una delle percentuali più alte di bar d’Italia (1 ogni 800 abitanti). In alcuni di questi bar si arriva a consumare fino a 800-1000 caffè al giorno (una media di 1 al minuto in 16 ore di apertura, roba da reflusso gastroesofageo solo a scriverlo). Una quantità industriale, come accade nei bar più frequentati di una grande città. Forse si dovrebbero calmare un po’, soprattutto dopo le grandi abbuffate natalizie che da queste parti sono tanto buone quanto pantagrueliche.
Quanto costa un caffé? Molto, moltissimo o poco. A Palermo si tocca il minimo: bastano infatti 60 centesimi per una buona tazzina. A Bologna, invece, si raggiunge il massimo. Concedersi una pausa al bar significa essere costretti a sborsare anche la cifra non indifferente di 1 euro e 20 centesimi, esattamente il doppio. Si tratta del prezzo record, che non viene toccato nemmeno nelle città notoriamente più care, come Milano, Venezia e Roma (il caffé, infatti, può oscillare, a seconda dei locali, da un minimo di 0,70 fino all’euro tondo). In compenso, il Sud, generalemte, si conferma con l’area con i prezzi più bassi: anche a Napoli possono bastare 60 centesimi e lo stesso vale per Bari e per Potenza. Al Nord (da Torino a Genova) non si scende mai sotto i 70 centesimi.




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